![[Foto Inviata]](./img.php3?code=34&var=IMG&tipo=30)
Dopo quattro anni di rilevamenti e studi approfonditi, l'Icram ha messo a punto il "rapporto finale" che tira le fila delle ricerche compiute sugli aggregati mucillaginosi, terrore degli operatori turistici e degli addetti al comparto della pesca. All'origine del fenomeno ci sarebbe soprattutto l'innalzamento della temperatura del pianeta.
Sono finalmente pronti i risultati degli studi sulle mucillagini che hanno impegnato per quattro anni, a partire dal 1999, i ricercatori dell'Icram (l'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) e che sono stati finanziati dal ministero dell'Ambiente. E mentre le condizioni generali del mare in questo avvio di stagione fanno temere il riaffiorare delle masse gelatinose, le conclusioni del voluminoso rapporto scientifico raffreddano ogni speranza sulle possibili soluzioni da mettere in campo per debellare il fenomeno, vera e propria spada di Damocle che pende sulla testa degli operatori turistici e degli addetti al comparto della pesca non solo della riviera romagnola. Perché dopo aver sezionato da ogni punto di vista gli aggregati mucillaginosi, gli esperti si sono convinti, e l'hanno messo nero su bianco, che la loro origine sia da ricercare nell'innalzamento termico del clima del pianeta e che nessun peso abbia invece l'inquinamento.
Dal Centro di ricerche marine di Cesenatico, Attilio Rinaldi spiega: "Gli effetti che i cambiamenti globali stanno determinando sul pianeta sono molteplici, su grande e piccola scala, e arrivano fino a incidere sull'ecosistema marino facendo aumentare la frequenza di fenomeni come le mucillagini che in passato erano molto rari".
L'indagine dell'Icram ha coinvolto anche vari esperti che fanno capo al Cnr, alcune università italiane e l'Istituto croato di ricerche marine di Rovino che vanta una lunghissima tradizione nello studio degli ecosistemi in Adriatico. Sono stati monitorati i parametri chimico-fisici e biologici dell'Adriatico e del Tirreno, analizzata la caratterizzazione chimico-strutturale degli aggregati mucillaginosi e i loro meccanismi di formazione, le interazioni tra mucillagini ed organismi marini, mettendo insieme una banca dati che costituisce un punto di riferimento fondamentale per qualsiasi ulteriore studio del problema. Non è quindi un lavoro improvvisato ma la prima sistematica perlustrazione in profondità (grazie anche a tantissimi campionamenti e ad analisi condotte in laboratorio) delle cause scatenanti le mucillagini, che ha richiesto un anno di lavoro solo per l'elaborazione dei dati raccolti.
Ovviamente rimane ancora molto da capire e varie équipe di ricercatori italiani e stranieri sono ancora al lavoro soprattutto nell'area dell'alto Adriatico dove il fenomeno ha origine. Osservate per la prima volta nel 1729, le mucillagini sono aggregati di materiale organico dall'aspetto schiumoso e più o meno denso che si presenta ammassato in superficie ed in sospensione nell'acqua. La dimensione di questi aggregati varia notevolmente passando da pochi centimetri fino ad alcuni chilometri quadrati. Un fenomeno del tutto diverso rispetto all'eutrofizzazione che è invece legata all'inquinamento provocato da fertilizzanti e detergenti, componenti ricchi di fosfati e nitrati.
Una conferma del punto di approdo delle nuove ricerche arriva da un altro studioso che da dieci anni si occupa dell'argomento, il dottor Sandro Rabitti dell'Istituto di scienze marine di Venezia: "Gli studi nell'ambiente marino hanno dato importanti risultati in termini di conoscenza del fenomeno, mentre rimane molta strada da fare dal punto di vista teorico e delle prove di laboratorio, dove si sta ancora cercando di simulare le condizioni di produzione delle mucillagini". E in mare, grazie a moderne strutture di monitoraggio come la "Daphne", operativa dal 1977, e la nave oceanografica "Astrea" (24 metri di lunghezza per 6 di larghezza) in dotazione all'Icram, si è visto che "chi comanda la formazione delle mucillagini, in sé un fenomeno biologico, è il movimento delle masse d'acqua, quindi una causa fisica che ormai tutti gli studiosi fanno risalire alla climatologia". Il dottor Rabitti aggiunge che "le mucillagini nascono in profondità e non in superficie, per questo i primi ad accorgersene sono i pescatori. Non hanno alcuna connessione con l'inquinamento ed anzi c'è qualche fondato sospetto che il fenomeno si inneschi quando le sostanze nutrienti (fosforo, azoto, silicio…) sono presenti in quantità inferiori rispetto alla norma".
Se così stanno le cose risulta praticamente impossibile mettere in campo rimedi risolutivi: "Al momento non c'è alcuna possibilità in tal senso", dice Rabitti. E Attilio Rinaldi ritiene che "gli interventi possano essere solo su scala planetaria adeguandosi rapidamente al Trattato di Kyoto". Nel frattempo l'allerta è massima e i tecnici, da Ancona a Trieste, sono costantemente in mare per seguire i primi segnali che indicano il ripresentarsi, per ora in forma appena percettibile (non più di qualche "fiocchetto") del fenomeno.